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Il videoconsulto non è una videochiamata: serve capitalizzare i fondi del Pnrr

Sono passati 74 anni da quando l’Organizzazione mondiale della sanità nella sua Costituzione del ’48 definì il completo benessere fisico, mentale e sociale della popolazione come il più alto livello possibile di salute, al di là dell’assenza di malattie o infermità. E ne sono passati quasi altrettanti, da quando si è cominciato a parlare di telemedicina con riferimento all’utilizzo della tecnologia per erogare cure ai pazienti quando non era possibile operare in presenza.

La rivoluzione digitale in ambito sanitario oggi potrà rispondere alla sfida dell’Oms, riorganizzando prestazioni e servizi capaci di erogare benessere attraverso modelli innovativi e soluzioni di telemedicina, sfruttando la simulazione come metodologia necessaria per avere il controllo del rischio clinico e migliorare la sicurezza dei pazienti.

L’auspicio è che non passi un altro mezzo secolo perché il sistema vada a regime, che l’assistenza da remoto sia assimilabile a qualunque altro servizio diagnostico-terapeutico, e che le prestazioni di simulazione non si esauriscano con lo sviluppo di competenze in ambito formativo, ma siano impiegate negli stessi ambienti ospedalieri dove opera il personale sanitario come strumento per garantire qualità ed equità di accesso alle cure, per ridurre gli errori clinici che aumentano esponenzialmente il costo della presa in carico di un paziente, nonché per testare il  cambiamento dell’intero sistema.

La Sicilia pioniera dal 2017

Nella consapevolezza che la modernità del sistema sanitario passa dalla telemedicina, con le sue articolazioni (teleradiologia, teleassistenza, telecardiologia, telepatologia, teledermatologia, teleriabilitazione), e più in generale dalla digitalizzazione per la condivisione di informazioni e dati clinici, negli ultimi otto anni il governo nazionale ha emanato una decina di provvedimenti, dalle Linee di indirizzo sulla telemedicina del 2014, alle Indicazioni per l’erogazione delle prestazioni in telemedicina del 2020, passando per il Patto per la salute e il Patto per la sanità digitale ed altri ancora. L’obiettivo però di uniformare su tutto il territorio nazionale l’erogazione di servizi in telemedicina, frutto di esperienze regionali, è ancora molto lontano. Secondo la mappatura del Ministero della Salute elaborata nel 2020, nel 2018 erano attive 282 progetti, quasi tutti distribuiti tra Sicilia, Emilia-Romagna, Lombardia, Toscana e Lazio.

La Sicilia è stata la Regione pioniere con il progetto “Trinacria” realizzato nel 2017, nelle qualità di regione capofila per il Sud. I benefici sono stati chiari fin dall’inizio: meno spostamenti per i pazienti fragili, meno costi, equità di accesso all’assistenza e alla specialistica ambulatoriale, ma anche circolarità di ‘conoscenza’ grazie alla formazione da remoto. Nei fatti, abbiamo dato concretezza per la prima volta in Italia alla definizione di telemedicina descritta dall’Oms come l’”Erogazione di servizi di cura ed assistenza in situazioni in cui la distanza è un fattore critico”, ponendo giustamente l’accento sul concetto di “distanza”, che è la vera parola-chiave.

Grazie alle visite da remoto abbiamo ottimizzato l’assistenza, soprattutto in emergenza-urgenza, nelle aree più disagiate di alcuni paesi montani e isole minori, che erano i territori obiettivo del progetto perché distanti oltre 60 minuti dalla più vicina struttura ospedaliera e per le forti criticità: popolazione fragile e vulnerabile, per lo più anziana; collegamenti con i grandi centri abitati difficili e poco praticabili, soprattutto d’inverno.

Tanti fondi e troppe criticità

Durante la pandemia le iniziative come il progetto Trinacria sono cresciute anche altrove, ma nonostante le Indicazioni ministeriali, restano le criticità legate soprattutto alla rimborsabilità delle prestazioni, alla mancanza dell’infrastruttura tecnologica adeguata, ma soprattutto alla frammentarietà delle esperienze messe in campo con risorse assegnate a fronte di progetti autonomi, senza specifici indicatori di valutazione nazionali.

Il rischio oggi è non riuscire a capitalizzare i 2,6 miliardi di euro del Pnrr, destinati allo sviluppo della telemedicina, delle infrastrutture tecnologiche e della simulazione, trasformando anche il più semplice teleconsulto in una videochiamata.

Mi auguro che in Sicilia non si perda tempo prezioso e che dagli 800milioni di risorse assegnati nascano modelli innovativi, incentrati sul cittadino, in grado di trasferire le prestazioni possibili dall’ospedale al territorio, la vera “nuova frontiera” dell’assistenza domiciliare.

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