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Ridurre le infezioni legate all’assistenza, medici già in pieno burnout

Approfondire i modelli di gestione delle aziende sanitarie contro il rischio delle Infezioni correlate all’assistenza (Ica), ovvero quelle complicanze che si manifestano frequentemente nel paziente ospedalizzato anche dopo tre giorni dalle dimissioni, standardizzando i criteri che stabiliscono il nesso tra causa e danno al paziente in caso di contenzioso per responsabilità sanitaria. Su questi temi, medici legali, giudici, risk manager, esperti del mondo accademico e medico si sono confrontati il 30 giugno scorso a Villa Magnisi, nel corso del congresso Assomel 2022, realizzato in collaborazione con l’Omceo di Palermo, sulle “Strategie, prospettive e aspetti medico-legali nella lotta alle infezioni correlate all’assistenza”. Obiettivo della giornata: ridurre l’impatto delle infezioni e la diffusione dei microrganismi antibiotico-resistenti attraverso la prevenzione, il controllo e le pratiche mediche più efficaci in tutte le strutture assistenziali, pubbliche e private.

“Un terzo delle infezioni si potrebbero evitare con le buone pratiche fissate con adeguati protocolli e una formazione mirata per tutti i sanitari – ha spiegato il presidente dell’albo medici di Palermo, Giovanni Merlino -. La diffusione può essere minimizzata con modelli aziendali che garantiscono la qualità dell’assistenza, che non dipende solo dal valore della prestazione medica ma da una lunga serie di elementi che attengono a responsabilità organizzative, dunque politiche e aziendali. In un qualunque sistema sanitario, basta un anello difettoso della catena per limitare l’efficacia dell’intervento professionale e causare danni economici e clinici ai pazienti, alle strutture sanitarie e agli stessi medici. Fallimenti che fanno lievitare a dismisura il numero già enorme delle 300mila cause (indagine Consulcesi) giacenti nei tribunali del Paese”.

Per il medico legale Davide Albano, consigliere dell’Omceo di Palermo “bisogna puntare sui programmi di “Infection control” e “Antimicrobic stewardship” perché i dati hanno dimostrato un impatto positivo non solo sulla qualità e la sicurezza delle cure, riducendo morbilità e mortalità, ma anche sotto il profilo economico: meno spesa per antibiotici, meno sinistrosità e meno contenziosi”. “Le infezioni contratte durante un ricovero – ha proseguito – si traducono in più giornate di degenza e cure, aumento dell’antibiotico-resistenza e più mortalità, che costano al sistema sanitario italiano tra i 450 e i 700mila euro ogni anno. Uno scenario grave che non tiene conto tra l’altro del costo psicofisico dei medici, ormai in pieno burnout anche a causa dei problemi legali legati alla professione, che continua ad essere sottostimato dal punto di vista clinico e finanziario”.

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